mercoledì 20 giugno 2012

SCAMPOLI D'ETIOPIA


I poveri vestiti di grigiarrone siedono in mezzo alle loro poche cose, alcuni stracci, un cartone o un sacco, e lì attendono ogni giorno il successivo. Fumano mozziconi, altri raccolgono steli di chat, una pianta locale simile alla cocaina masticata praticamente da tutti, e ti guardano passare con aria assente. Si sono arresi ad una vita senza pretese.
Piove ad Addis. Una pio...ggia fitta ed insistente è caduta per tutto il pomeriggio. La gente di Addis comunque cammina, qualcuno con l'ombrello, quasi tutte donne, i più stretti in maglioni o scialli, imperterriti ed incuranti della polvere tramutata in fango. Ad ogni angolo puoi trovare infatti i lustrascarpe, categoria da noi dimenticata, pronti a rimuovere magicamente con chissà quale intruglio ogni traccia di sporco. Sotto l'acqua naturalmente ci stanno tutti, ricchi e poveri: ho visto storpi in carrozzella in mezzo alla strada, sorpassare un autobus fermo, gli stessi storpi che, non avendo diritto ad una vita sociale, non hanno una casa calda che li attende, ma solo la speranza che ci sia il sole domani ad asciugarli. C'è poi a lato della strada, sotto una tenda che è più buchi che stoffa, una bambina vestita di giallo, 7 anni o giù di li, che usa tutta la sua forza per sbucciare e spezzare pannocchie da metterle a rosolare. Quello è il suo lavoro. Non sa che qui non c'è l'ispettorato del lavoro, ne un vero assistente sociale che protegga i suoi diritti di bimba. Un uomo dalla porta di un locale getta in mezzo alla strada una bottiglia di plastica vuota, tanto qualcuno passerà poi a raccoglierla per rivenderla. I locali bruciano di insegne variopinte, spesso sbagliate grammaticalmente; così trovi internet café che espongono il logo di Facebook e di google, pepsi e coca cola, birra St. Georgis o Harar, pizzeria italiana Napoli e Bunna Bet. Tutti vogliono far vedere quanto sono bravi. E pensare che il negozio tipo non è altro che un armadio di ferro, accanto ad altri armadi di ferro (negozi), con una tenda di nylon colorata sopra. Ho visto queste cose in mezzo al traffico caotico di Addis che, strano a dirsi, ha regole contrarie alle nostre, regole non scritte naturalmente. In Etiopia tu avanzi con la certezza che tanto l'altro si ferma; ti avvicini all'incrocio piano piano, con circospezione, anche contromano volendo, sapendo che se hai dieci centimetri di vantaggio allora la precedenza è tutta la tua. Gli altri lo sanno, suonano il clacson come a dire: "hei, per un pelo mi hai fregato", e si preparano a far lo stesso. Nel frattempo i vigili riempiono l'incrocio di macchine, perché tanto sono consapevoli che svicolando a destra o a sinistra passeranno tutti prima o poi. Piove ad Addis, ed il freddo pomeriggio mi regala una nuova emozione dietro l'altra. Un signore sulla cinquantina è seduto ad un tavolo del café con la sua dama. Ha una camicia bianca, ed un completo gessato bianco. Sembra uscito da un film anni 40, nella sua eleganza e nel contrasto bianco/nero della sua pelle. Lei, matrona ben più giovane di lui, alta almeno un metro e ottanta, ha l'eleganza tipica delle donne che hanno sofferto e che sono sopravvissute. Una camicetta beige su una gonna rossa sotto al ginocchio, sandalini tipici, e pettinatura complessa a treccine. Parlano, mangiano, ridono. Mai un cenno d'affetto tipico della cultura europea, ma trasudano amore comunque. Lo sguardo è sufficiente. Piove ad Addis...

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